Gilgamesh - Sha Nagba Imuru
martedì, giugno 22, 2004
Inno a Utu
Sempre più indietro nel tempo, fino ad uno dei più antichi testi scritti che si conoscano, l'inno sumero al dio del Sole.
O padre Utu,
a te si rivolge il cacciatore,
colui che conduce il bestiame,
e chi si trova in mezzo ai flutti.
La tua luce rischiara le grandi montagne
Tu t'immergi ogni giorno nel mare
E trasformi la pianura in un oceano di fuoco
Al tuo cospetto s'inchinano gli dei
E tutte le creature viventi.
Quali colline non sono
Vestite dai tuoi raggi?
Quali regioni non sono riscaldate
Dalla luminosità della tua luce?
Tu che illumini l'oscurità,
Tu che scacci le tenebre,
Illumina la mia strada,
Fa che le mie parole
Siano prive di magniloquenza
E ricche di buon senso.
Fa che io non pesi il grano
Che dono al povero
E non sorrida falsamente al ricco.
Fa che ami le donne
Senza perdere il rispetto per loro,
E che rispetti gli uomini
Senza mai perdere il rispetto
Per me stesso.
Fa tutto questo per me
Perchè io sia migliore in questa vita.
Esiste una versione, più tarda, dedicata a Shamash, l'equivalente babilonese del sumero Utu, che è una delle preghiere più lunghe che siano giunte fino a noi in cuneiforme. Ho preferito questa versione più antica, più breve e altrettanto bella.
Infine, un regalo: se vi ha interessato questo viaggio tra segni, simboli e significato, probabilmente apprezzerete questo link, che vi consente di traslitterare un qualunque testo (ad esempio il vostro nome o nickname) in Amarico, Runico Anglosassone, Cherokee, Egiziano Geroglifico o Ieratico, Etrusco, Maya, Cuneiforme Ugaritico e altro ancora. Provare per credere.
Gilgamesh
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mercoledì, giugno 16, 2004
The Norwegian Runic Poem
føðesk ulfr í skóge.
Úr er af illu jarne;
opt løypr ræinn á hjarne.
Þurs vældr kvinna kvillu;
kátr værðr fár af illu.
Óss er flæstra færða
for en skalpr er sværða.
Ræið kveða rossom væsta;
Reginn sló sværðet bæzta.
Kaun er barna bo,lvan;
bo,l gørver nán fo,lvan.
Hagall er kaldastr korna;
Kristr skóp hæimenn forna.
Nauðr gerer næppa koste;
nøktan kælr í froste.
Ís ko,llum brú bræiða;
blindan þarf at læiða.
Ár er gumna góðe;
get ek at o,rr var Fróðe.
Sól er landa ljóme;
lúti ek helgum dóme.
Týr er æinendr ása;
opt værðr smiðr blása.
Bjarkan er laufgrønstr líma;
Loki bar flærða tíma.
Maðr er moldar auki;
mikil er græip á hauki.
Lo,gr er, fællr ór fjalle foss;
en gull ero nosser.
Ýr er vetrgrønstr viða;
vænt er, er brennr, at sviða.
La ricchezza è una fonte di disaccordo fra i guerrieri;
il lupo vive nella foresta.
La scoria viene da ferro difettoso;
la renna corre spesso sopra la neve gelata.
Il gigante causa dolore alle donne;
la sfortuna rende pochi uomini lieti.
L'estuario è la via della maggior parte dei viaggi;
C'è un fodero per ogni spada.
Esser cavalcati è la cosa peggiore per i cavalli;
Reginn ha forgiato la spada più fine.
L'ulcera è mortale per i bambini;
la morte rende un corpo pallido.
La grandine congela il grano;
Dio ha generato il vecchio mondo.
Il vincolo dà la scelta limitata;
un uomo nudo è raffreddato dal gelo.
Ghiaccio noi chiamiamo il vasto ponte;
l'uomo cieco deve essere condotto.
L'abbondanza è un vantaggio per gli uomini;
Dicono che Frothi era generoso.
Il sole è la luce del mondo;
Mi inchino al decreto divino.
Tyr è un dio con una mano sola;
Spesso il fabbro deve soffiare.
La betulla ha le foglie più verdi tra tutti gli alberi;
Loki era fortunato nelle sue frodi.
L'uomo è nato dalla polvere;
grande è l'artiglio del falco.
Una cascata è un fiume che cade dal fianco di una montagna;
ma gli ornamenti sono d'oro.
L'abete è il più verde degli alberi d'inverno;
e non crepita quando si brucia.
Anche qui ho effettuato la traduzione dall'inglese moderno (trovate qua la versione inglese).
Alcune delle sentenze meriterebbero di comparire su I Lapalissiani, vista la tautologia ferrea di enunciati come "la morte rende un corpo pallido" o "una cascata è un fiume che cade da una montagna", se notate però il testo norvegese antico ha tutti i versi in rima baciata, e molti versi sono stati inseriti solo per metrica. Ad ogni doppio verso corrisponde una runa del Tifwahz, dal significato magico, e dietro molti dei versi si nasconde una formula, di scongiuro o d'augurio.
Gilgamesh
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martedì, giugno 15, 2004
L'Egitto prima delle sabbie
Anche se non si tratta di una poesia, questa iscrizione geroglifica, ripresa dalla Piramde di Pepi I, faraone egiziano della V dinastia, è di un certo interesse e arricchisce in qualche modo questo viaggio tra i segni che hanno trasmesso le parole attraverso i secoli.
Ho tradotto l'iscrizione dall'inglese, non direttamente dal geroglifico :o)
In calce le fonti e qualche nota.
Salve, O Nove grandi Dei che abitano in Annu, fate in modo che il faraone Pepi possa prosperare, e che questa piramide, costruita per l'eternità possa ugualmente prosperare, come il nome del dio Tmu, il capo del consesso dei nove Dei.
Se il nome del dio Shu, il signore dell'altare celeste di Annu, sarà ricordato, allora Pepi prospererà e questo suo lavoro resisterà per tutta l'eternità.
Se il nome di Tefnut, la signora dell'altare terrrestre di Annu, verrà tramandato, così il nome di Pepi resisterà e questa piramide resterà a ricordo fino alla fine dei tempi.
Se il nome di Nut sarà cantato nel tempio di Shenth in Annu, così il nome di Pepi.
Se il nome di Osiris, così Pepi. E così se il nome di Set sarà celebrato in Nubt, così sarà per Pepi, e questa suo monumento sfiderà i secoli.
Testo tratto dal sito Sacred Texts
M.Maspero, la Religion Égyptienne d'après les Pyramides de la VIe et de la VIIe dynastie
Immagini tratte dal sito Sabbie d'Egitto
Annu era la città celeste degli Dei egizi, ma aveva anche un equivalente terreno, un po' come la Gerusalemme degli Ebrei e La Mecca per i Musulmani, ed è chiamata On nella Bibbia e Heliopolis dagli storici greci.
Gilgamesh
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venerdì, giugno 11, 2004
Parlo
Ancora un'occasione di confronto tra segno e significato: una poesia d'un autore greco moderno, come sempre testo originale e traduzione in calce.
GiwrgoV SarantarhV
Milw giati uparcei enaV ouranoV pou me akouei
Milw giati miloun ta matia sou
Kai den uparcei qalassa den uparcei cwra
Opou ta matia sou de miloun
Ta matia sou miloun egw cwreuw
Ligh drosia miloun ki egw cwreuw
Ligh cloh patoun ta podia mou
O anemoV fusa pou maV akouei.
Parlo
Giorgos Sarantaris (1908-1941)
Parlo perchè esiste un cielo che mi ascolta
Parlo perchè parlano i tuoi occhi
E non esiste mare, non esiste paese dove i tuoi occhi non parlino
I tuoi occhi parlano e io ballo
Un po' di rugiada, parlano e io ballo
Un po' di erba calpestano i miei piedi
Il vento soffia e ci ascolta.
Testo originale e note biografiche tratte dal sito GreekCastles
Giorgos Sarantaris nacque ad Istanbul il 20 aprile 1908 e morì ad Atene il 25 febbraio 1941. Figlio di commercianti trasferitisi a Bologna, ebbe occasione di confrontarsi con l'ambiente letterario di quella città, dove studiò Legge, e di confrontarlo con quello decadentista dell'Atene del finire degli anni '20.
Mostrò presto un notevole talento poetico, ma anche una buona conoscenza delle correnti estetiche dell'Europa di quel periodo.
Ritornò ad Atene nel 1931, riportando un notevole bagaglio letterario e un'aria di rinnovamento nel suo corpus poetico. Tra le opere pubblicate ricordiamo: "Gli amori del Tempo" (1933), "Il celestiale" (1934), "Stelle" (1935), "Lettere ad una donna" (1936), "Negli amici d'altri fascini" (1940).
Si occupò anche di critica e filosofia, pubblicando i seguenti saggi: "Contributo alla filosofia dell'esistenza" (1937), "La presenza della persona" (1938), "Saggio di logica come teoria assoluta e L'assoluto" (1939).
Nelle rovine del dopoguerra, il suo lavoro fu in buona parte dimenticato, e riscoperto da critici e filologi solo di recente.
Gilgamesh
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lunedì, giugno 07, 2004
Devanagari
Per completare questo viaggio tra segni, suoni e significati, un canto Marathi, ovvero tipico dei Maratha, una popolazione dell'India definita fiera e bellicosa (e chi in gioventù ha letto Salgari non potrà non ricordarsi di Kammamuri, l'amico e compagno del bengalese Tremal-naik, che apparteneva a quell'etnia) del quale riporto il testo, in caratteri Devanagari, la trascrizione fonetica, la traduzione in italiano (del solo ritornello) e, per chi proprio volesse ascoltare i suoni di questa lingua, il link ad un file mp3 con l'esecuzione di questa classica canzone da parte della signora Nirmala Gogate, famosa vocalist indiana.
Vad Jaau Kunala Sharana
shrihari god' tujhi baasari
vada j'aau kun'aalaa sharan'a ga?
karil j'o haran'a sankat'aach'e mi
dharina charan'a tyaach'e aga sakhaye
Condottiero dei Vardu, il tuo flauto suona dolcemente.
Dimmi, a chi potrò rivolgermi per aver protezione?
Riparerò presso il Signore dell'Alba per proteggermi da coloro
che soffiano sui nodi e invidiano
colui che invidia.
Trovate qui l'esecuzione in classico stile indostano (con accompagnamento di sitar e percussioni) del testo. Al nostro orecchio suona curiosamente, ma c'è chi assicura che ascoltando abbastanza a lungo la musica indiana si finisce per apprezzarla quanto la musica classica occidentale.
Gilgamesh
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