Gilgamesh - Sha Nagba Imuru

Poteri magici e taumaturgici dei pensieri e delle parole.

domenica, ottobre 31, 2004

The Waste Land 


Un piccolo estratto da "La terra desolata" di T.S. Eliot ( volendo il testo completo in inglese lo trovate qui ), decisamente troppo lunga e complessa e nel suo insieme quasi intraducibile senza stravolgimenti.
Eccovi comunque un assaggio ( i versi dal 19 al 30 ) con relativa traduzione; è un testo suggestivo che trovo molto adatto alla vigilia di Ognissanti, o Halloween se preferite:



The Waste Land (1922)
Thomas Stearns Eliot (1888-1965)

(....)

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water. Only
There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust.

(....)




Cosa son le radici che s'aggrappano alla terra, che rami crescono
Da questa pietrosa discarica? Figlio dell'uomo
Non puoi dirlo, o indovinarlo, perché tu conosci solo
Un mucchio di immagini spezzate, dove il sole picchia,
E gli alberi morti non dan rifugio, il canto del grillo nessun sollievo,
Le rocce asciutte nessun suono d'acqua. Solo
C'è ombra sotto questa roccia rossa,
(Vieni sotto l'ombra di questa roccia rossa),
Ed io ti mostrerò qualcosa di diverso
Dalla tua ombra che si allunga dietro di te al mattino
O che alla sera sale ad incontrarti;
Ti mostrerò la paura in una manciata di polvere.



Eliot nacque a Saint Louis nel Missouri, il 26 settembre 1888. Nel 1906 si iscrisse a Harvard. Gli anni universitari e l'ambiente intellettualmente assai vivo di Boston anteguerra furono fondamentali nella formazione di Eliot, che in questo periodo scoprì Donne e i metafisici, gli elisabettiani, i post-simbolisti francesi Laforgue e Corbière; attraverso la mediazione di Pound scoprì gli stilnovisti e soprattutto Dante Alighieri.
Nel 1910-11 soggiornò a Parigi dove frequentò la Sorbona, entrando in contatto con Fournier e Rivière.
Trascorse un altro triennio a Harvard, poi nel 1915 si stabilì definitivamente a Londra. Qui lavorò come impiegato alla Lloyds Bank; solo in seguito, grazie ai primi successi letterari, riuscì a dedicarsi definitivamente all'attività letteraria. Nel 1923 divenne direttore della rivista «Criterion», poi della casa editrice Faber & Faber. Eliot ottenne nel 1927 la cittadinanza inglese e si convertì all'anglicanesimo. Nel 1948 gli dettero il nobel ("for his outstanding, pioneer contribution to present-day poetry"). Morì a Londra il 4 gennaio 1965.

Notizie biografiche tratte dal sito Antenati

Gilgamesh

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venerdì, ottobre 29, 2004

Déjame sueltas las manos 


Ancora poesia in castigliano: dall'antologia "El hondero entusiasta", segnalata a suo tempo da Herr Effe come tra le sue preferite, un'altra notevole opera del maggior poeta cileno del '900.



Déjame sueltas las manos
Pablo Neruda (1904-1973)

DÉJAME sueltas las manos
y el corazón, déjame libre!
Deja que mis dedos corran
por los caminos de tu cuerpo.
La pasión —sangre, fuego, besos—
me incendia a llamaradas trémulas.
Ay, tú no sabes lo que es esto!

Es la tempestad de mis sentidos
doblegando la selva sensible de mis nervios.
Es la carne que grita con sus ardientes lenguas!
Es el incendio!
Y estás aquí, mujer, como un madero intacto
ahora que vuela toda mi vida hecha cenizas
hacia tu cuerpo lleno, como la noche, de astros!

Déjame libre las manos
y el corazón, déjame libre!
Yo sólo te deseo, yo sólo te deseo!
No es amor, es deseo que se agosta y se extingue,
es precipitación de furias,
acercamiento de lo imposible,
pero estás tú,
estás para dármelo todo,
y a darme lo que tienes a la tierra viniste—
como yo para contenerte,
y desearte,
y recibirte!



Lasciami sciolte le mani e il cuore,
lasciami libero.
Lascia che le mie dita corrano
per i sentieri del tuo corpo.
La passione -sangue, fuoco, baci-
mi incendia a fiammate tremule.
Ah, tu non sai che cos'è questo!

È la tempesta dei miei sensi che piega la foresta
sensibile dei miei nervi.
È la carne che grida con le sue lingue ardenti!
È l'incendio!
E tu sei qui, donna, come un tronco intatto
ora che vola tutta la mia vita ridotta in cenere
verso il tuo corpo pieno, come la notte, di stelle.

Lasciami libere le mani e il cuore,
lasciami libero!
Io soltanto ti desidero, io solo te desidero!
Non è amore, è desiderio che si consuma e si estingue,
è precipitazione di furie,
avvicinamento dell'impossibile,
ma tu ci sei, ci sei per darmi tutto,
e per darmi ciò che hai venisti al mondo-
come io per contenerti,
e desiderarti,
e riceverti.



Gilgamesh

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giovedì, ottobre 21, 2004

Scrivere in Rete 




Credo che questo post di Effe, o per meglio dire la discussione che si è sviluppata nei commenti, possa costituire un precedente interessante.

Prima di tutto, dimostra che la forumizzazione (orribile neologismo) dei commenti tanto deprecata altrove non è poi questo gran guaio. In secondo luogo, fornisce spunti interessanti per un nuovo post, o più di uno, volendo.

Provo a portare il mio piccolo contributo: I weblog, come fenomeno, sono una realtà complessa e tutt'ora in evoluzione.

Hanno avuto, e probabilmente continueranno ad avere, l'indubbio merito di consentire anche a chi non ha dimestichezza con strumenti informatici di poter pubblicare con semplicità il proprio pensiero sulla Rete.

Il weblog, signori e signore ed alias, è uno strumento popolare ed è questa la sua forza e la sua debolezza. Se andate a leggere la metadescrizione di un qualunque blog di questa popolare piattaforma (si, anche il suo, Herr Effe), vedrete una descrizione assai poco condivisibile (almeno per me): sito a metà strada tra diario e giornalismo online.

Ora, credo siano veramente pochi i blog (se esistono) che rientrano in questa definizione.
Il punto però è un altro: come spesso succede quando una tecnologia diventa popolare, ovvero largamente accessibile alle masse (in senso relativo, naturalmente, bisogna comunque possedere o avere in uso un PC collegato all'Internet) finisce per riflettere l'universo mondo.
Dei quarantamila e passa blog dichiarati da Splinder quelli "vivi" sono una frazione non rilevante del totale. Quelli interessanti e validi una frazione trascurabile.
Le altre piattaforme, in Italia, vantano numeri inferiori, e forse una percentuale appena maggiore di segnale contro rumore.

I blogger sono scrittori? Direi di no. Alcuni blogger forse lo sono diventati o lo erano già prima, ma lo "strumento blog" li ha solo aiutati ad affinare un potenziale già presente in loro.

I blogger sono giornalisti? Direi ancora di no. Un blog può essere usato come fonte di notizie, ma non può essere lo strumento privilegiato su cui informarsi, salvo casi particolari e particolari occasioni (mi vengono in mente Salam Pax, Bloghdad di Enzo G. Baldoni, Caracas Chronicles e altri che probabilmente pochi conoscono).

I blogger sono "anonimi diaristi online dalla sessualità confusa"? (sic, il giornalista del Mattino di Napoli probabilmente intendeva incerta) Meno che mai, anche se non mancano blog tenuti in forma di diario - e talvolta si tratta di un espediente letterario di buon livello, come nel caso dell'indimenticato Massaia.

Che conclusioni possiamo trarre? Indubbiamente la voglia di carta della quale chiosa Herr Effe esiste: alcuni blogger sono aspiranti scrittori. Ma non tutti, e nemmeno la maggior parte.
Non dimentichiamo inoltre che esistono moltissimi lettori di blog che non sentono la necessità di averne uno proprio, figuriamoci scrivere su un altro medium.

Il blog, come scritto dalla signorina Giulia Blasi nei commenti del post citato in apertura, è altra cosa.

Il che non toglie che, in rete o su carta, sempre di scrittura si tratti. Il valore aggiunto del blog è l'interattività, impossibile sulla carta stampata. Il blog è, in qualche modo, scrittura viva, in continua evoluzione, autoreferenziale quanto volete, ma comunque un diverso mezzo espressivo, con regole e caratteristiche tutte sue.

Che poi un bravo autore, dopo essersi magari distinto come tenutario d'un blog, voglia cimentarsi con la carta stampata, vista in qualche modo come espressione alta della scrittura, non è di per sé né un bene né un male, tantomeno un'involuzione e neppure un'evoluzione.. solo una nuova avventura, in un altro mondo.

Sic Transit Gloria Mundi.

Gilgamesh

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martedì, ottobre 19, 2004

Tú vives siempre en tus actos 


Dalla raccolta "La voz a ti debida", un'altra poesia di Pedro Salinas.



TÚ VIVES SIEMPRE EN TUS ACTOS
Pedro Salinas (1891-1951)

Tú vives siempre en tus actos.
Con la punta de tus dedos
pulsas el mundo, le arrancas
auroras, triunfos, colores,
alegrías: es tu música.
La vida es lo que tú tocas.

De tus ojos, sólo de ellos,
sale la luz que te guía
los pasos. Andas
por lo que ves. Nada más.

Y si una duda te hace
señas a diez mil kilómetros,
lo dejas todo, te arrojas
sobre proas, sobre alas,
estás ya allí; con los besos,
con los dientes la desgarras:
ya no es duda.
Tú nunca puedes dudar.

Porque has vuelto los misterios
del revés. Y tus enigmas,
lo que nunca entenderás,
son esas cosas tan claras:
la arena donde te tiendes,
la marcha de tu reló
y el tierno cuerpo rosado
que te encuentras en tu espejo
cada día al despertar,
y es el tuyo. Los prodigios
que están descifrados ya.

Y nunca te equivocaste,
más que una vez, una noche
que te encaprichó una sombra
-la única que te ha gustado-.
Una sombra parecía.
Y la quisiste abrazar.
Y era yo.



Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è quel che tu suoni.

Dai tuoi occhi, solo da loro
nasce la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra quel che vedi. Soltanto.

E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito là; con i baci,
con i denti lo laceri:
non è più un dubbio.
Tu mai puoi dubitare.

Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
son le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nello specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che già son decifrati.

E mai ti sbagliasti,
tranne una volta, una notte
che t'invaghisti d'un'ombra
- l'unica che t'è piaciuta -
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.



Pedro Salinas, poeta spagnolo nato a Madrid nel 1891 e morto a Boston nel 1951. Studiò Diritto, Filosofia e Lettere. Fu professore alla Sorbona e a Cambridge e conferenziere in varie Università in America dove si trasferì dal 1936.

Gilgamesh

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sabato, ottobre 16, 2004

Romance de la luna 


Una poesia di Federico Garcìa Lorca, tratta dal Romancero Gitano, composto tra il 1924 e il 1927, e dedicata alla sua Conchita.



Romance de la luna, luna
Federico Garçìa Lorca (1898-1936)

La luna vino a la fragua
con su polisón de nardos.
El niño la mira, mira.
El niño la está mirando.

En el aire conmovido
mueve la luna sus brazos
y enseña, lúbrica y pura,
sus senos de duro estaño.

Huye luna, luna, luna.
Si vinieran los gitanos,
harían con tu corazón
collares y anillos blancos.

Niño, déjame que baile.
Cuando vengan los gitanos,
te encontrarán sobre el yunque
con los ojillos cerrados.

Huye luna, luna, luna,
que ya siento sus caballos.

Niño, déjame, no pises
mi blancor almidonado.

El jinete se acercaba
tocando el tambor del llano.
Dentro de la fragua el niño,
tiene los ojos cerrados.

Por el olivar venían,
bronce y sueño, los gitanos.
Las cabezas levantadas
y los ojos entornados.

Cómo canta la zumaya,
¡ay, cómo canta en el árbol!
Por el cielo va la luna
con un niño de la mano.

Dentro de la fragua lloran,
dando gritos, los gitanos.
El aire la vela, vela.
El aire la está velando.



La luna venne alla forgia
con la sua sella di nardi.
Il bimbo la guarda, la guarda.
Il bimbo la sta guardando.

Nell'aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrìca e pura,
i suoi seni di duro stagno.

Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e anelli bianchi.

Bimbo, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno sopra l'incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.

Bimbo lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere si avvicina
battendo il tamburo della piana.
nella forgia il bimbo
ha gli occhi serrati.

Per l'uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste sollevate
e gli occhi socchiusi.

Come canta la civetta,
oh, come canta sull'albero!
Nel cielo va la luna
con un bimbo per mano.

Nella forgia piangono,
mandan grida, i gitani.
L'aria la veglia, veglia.
L'aria la sta vegliando.



Federico Garcia Lorca nacque a Fuentevaqueros, vicino a Granada nel 1898. È considerato il più popolare poeta di lingua spagnola e uno dei principali rappresentanti del teatro moderno.
La sua poesia, centrata principalmente sui temi del destino e della morte, affonda le radici nella cultura andalusa, caratterizzata da una fusione di elementi arabi e gitani. I suoi versi cantano passioni umane elementari in una forte compenetrazione di sogno e realtà. I lavori teatrali, oltre a far propria l'eredità dei canti gitani, mutuano elementi dei canti tradizionali spagnoli e della poesia surrealista.
La lingua fonde spontaneità e raffinato lirismo, creando immagini sorprendenti e originali metafore. Dal 1919 al 1934 visse principalmente a Madrid, dove frequentò la cerchia di letterati e artisti della sua generazione, come Salvador Dalí, Luis Buñuel e Rafael Alberti. Si dedicò anche alla musica e nel 1922 creò insieme col compositore Manuel de Falla il progetto del primo festival del cante jondo, il canto zingaresco tipico della Spagna meridionale.
La raccolta di liriche di tema andaluso, “Romancero gitano” (1928), incontrò i favori della critica e lo rese figura preminente fra il gruppo di poeti noto come Generazione del '27. Nel 1931 ricevette dal nuovo governo repubblicano l'incarico di organizzare un gruppo teatrale itinerante, “La Barraca”.
Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola García Lorca fu arrestato a Granada dai nazionalisti, che lo fucilarono a Viznar senza processo.

note biografiche tratte dal sito Il Narratore

Gilgamesh

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