Gilgamesh - Sha Nagba Imuru

Poteri magici e taumaturgici dei pensieri e delle parole.

domenica, novembre 27, 2005

Epòs 


- Io sono G'ilgameš - cominciò a dire lo sconosciuto dalla penombra, con tono grave e voce profonda - e ho attraversato i millenni.

- Si - soggiunse - conosco quella luce d'incredulità nel vostro sguardo, l'ho vista molte volte, ogni volta anzi che ho provato a raccontare a qualcuno la mia straordinaria avventura nel vasto fiume senza foce né sorgente che voi chiamate Tempo.

- Ma ascoltate, e non ve ne pentirete... Sono stato re e schiavo, guerriero e mendicante, sacerdote e marinaio, esploratore, avventuriero, studioso. Sono stato chiamato mago, stregone, eretico e blasfemo, ma anche onorato come sapiente, consigliere, stratega, filosofo e scienziato.

- In questi innumerevoli anni ho lasciato tracce del mio passaggio in ogni paese che ho visitato, in ogni cultura che ho conosciuto, dai tempi più remoti al momento in cui vi parlo; molte di queste tracce sono diventate storie, talvolta leggende, come quella dell'ebreo errante e dell'olandese volante, talvolta addirittura miti.

- Sono stato testimone di mutamenti epocali e straordinarie meraviglie, efferati massacri e tragedie immani, cataclismi e disastri memorabili, ma anche della vita di tutti i giorni, delle semplici gioie del quotidiano, del mutare delle stagioni e del cuore degli uomini, e generazione dopo generazione ho visto l'umanità progredire, migliorare oltre l'immaginabile, ma anche ripetere ciclicamente gli stessi errori e le stesse assurdità, anno dopo anno, secolo dopo secolo.

- Ho camminato tra uomini e donne d'ogni tempo, conosciuto persone straordinarie in ogni epoca; di alcuni di loro ancora si tramandano il nome ed il ricordo, di altri s'è perduto o in molti casi non s'è mai saputo. Alcuni erano eccezionali per coraggio, audacia, fede, saggezza o genio, altri lo erano per crudeltà, ambizione, ferocia, dissennatezza o follia. Molti lo erano per queste cose insieme: non tutti coloro che sono ricordati erano realmente come la storia tramanda.

- Tante storie da raccontare, e così poco tempo... Quando tornai dal paese di Dilmùn, là dove sorge il sole, dopo un viaggio oltre l'immaginabile, non ero più l'uomo che aveva intrapreso quell'avventura. La taverniera aveva ragione, la vita eterna che cercavo non l'avrei trovata, e bene avrei fatto ad accontentarmi di quel che di bello la vita può offrire: l'amore d'una compagna, la lealtà d'un amico, la musica e le feste, la gioia d'un bimbo che stringe la tua mano.

- Ma io m'ero misurato con coloro che credevo Dei, come uno di loro: d'una pretesa Dea avevo addirittura respinto le profferte, e lei mandò sulla terra una creatura mai vista che devastò i campi e le case attorno alle mura della mia città. Io uscii dai cancelli di Uruk, armato di spada e d'ascia, con al fianco il mio amico fraterno, che amavo sopra ogni cosa; e sconfissi quel mostro, lo uccisi e lasciai le sue spoglie a disseccarsi sotto il sole della Sumeria. Ma per quest'affronto, gli Anunnaki riuniti in consiglio decisero che uno di noi due sarebbe dovuto morire, e scelsero lui perché io ero in parte del loro sangue, ben sapendo quanto avrei comunque sofferto.

- Persi quasi il senno, vagai nelle pianure dopo essermi spogliato d'ogni ornamento, gridando a un cielo muto la mia disperazione e la mia paura di dover seguire un giorno lo stesso destino, di quella porta nera che si sarebbe potuta chiudere sopra di me per sempre. Uccisi un leone che m'era balzato incontro in un passo sull'altopiano, quasi a mani nude; lo scuoiai e ne indossai la pelle, conciata alla meglio in un torrente vicino. In quel modo vagai per mesi, scalando montagne, guadando fiumi e attraversando foreste vaste come nazioni intere.

- Di quel che accadde dopo, e di come io sia arrivato fino a voi, vi parlerò nei prossimi giorni. Ora sono stanco e il sonno, retaggio dell'umanità, mi assale. Tornate qui domani alla stessa ora, sedetevi comodi, prendete un bicchiere della vostra bevanda preferita e preparatevi a conoscere meraviglie e vedere svelati antichi misteri.

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venerdì, novembre 04, 2005

Los dias de los muertos 


Ieri ho incontrato un clochard.

Era seduto per terra, di fronte all'Ipercoop; davanti a lui un barattolo di latta, con dentro qualche moneta. Nell'incrociarne lo sguardo un lampo di riconoscimento, forse reciproco.
Ho preso una moneta da 2 euro e l'ho messa nel barattolo, mentre lui biascicava un ringraziamento.

Poi c'ho ripensato, son tornato dentro e ho comprato una bottiglia di vino rosso di buona qualità e due sigari; mi sono seduto accanto a lui che mi guardava con aria interrogativa, ho stappato il vino e gli ho porto la bottiglia mentre accendevo uno dei sigari.

Ho aspettato che finisse di sorseggiare il vino, osservando le volute di fumo azzurrino avvolgersi lente nell'aria autunnale e acceso anche il secondo sigaro usando il primo, prima di passarglielo.

I suoi vestiti avevano un colore indefinibile, e così i suoi occhi, difficili da incontrare.

A un certo punto m'ha detto qualcosa che suonava come "mi ricordo di te", poi ha scosso il capo e mormorato "può mica essere" pronunciato come un'unica parola.

Ha sollevato improvvistamente la testa ricciuta, folta di capelli stopposi e ingrigiti e ha chiesto, con voce improvvisamente chiara "Tuo padre, forse? Tuo zio o addirittura tuo nonno? Qualcuno che ti somigliava tanto, ma non puoi essere tu, sei troppo giovane."

Un lungo sospiro, poi ha ripreso "Ero giovane anch'io, allora. Lo eravamo tutti; tutti quanti"

Una sorsata di vino e un grugnito d'apprezzamento. Poi ha guardato il sigaro tra le dita, come lo vedesse per la prima volta.

"Io mi chiamo Marino. Non che abbia importanza" ha detto, tirando una lunga boccata subito dopo "I nomi, intendo. Non contano. Nessuno se lo ricorda come mi chiamo, qualcuno mi chiama Mario e io ho smesso di correggerli."

"E tu?" mi ha chiesto "Per te hanno ancora importanza, i nomi, gli indirizzi, la roba?"

Ho scosso la testa, senza rispondere.

Lo so come ti chiami, avrei voluto dirgli. Non era mio padre, nè mio zio, nè mio nonno, cinquant'anni fa.

E non ero giovane nemmeno allora, lo sembravo soltanto.

E i nomi, i nomi sono solo etichette che attacchiamo ai posti, alle cose e alle persone.

Ho avuto tanti di quei nomi da non ricordarli nemmeno tutti.

Certo ricordo il primo che ho avuto, ma quasi nessun'altro lo ricorda. E nessuno di sicuro sa più come si pronuncia, sillabe dimanticate d'una lingua morta.

Ho visto l'infanzia dell'uomo, e camminato con lui nell'adolescenza. Forse ne vedrò la maturità, in un giorno che non riesco nemmeno a immaginare.

C'è chi crede nell'umanità. Giovani ingenui e idealisti, il più delle volte.

Ne ho conosciuto tanti, e alcuni li ho reincontrati molto tempo dopo, quando non eran più giovani e spesso nemmeno più tanto idealisti. I sopravvissuti.

Gli altri son rimasti giovani, almeno nel ricordo di chi li ha conosciuti. Appassionati, disposti a dare la vita per una causa.

C'è davvero chi ha rinunciato alla vita perchè altri vivessero meglio. Vengono chiamati eroi, e di molti ci si ricorda a distanza di decenni, talvolta di secoli.

Non oltre; qualunque storia, dopo mille anni e più, si stempera nella leggenda.

Io, tanto tempo fa, perchè l'intera umanità vivesse, ho invece rinunciato alla morte.

Ma nessuno lo saprà mai.

Mi sono alzato sorridendo e ho dato a Marino anche il secondo sigaro, fumato nemmeno a metà.

Gli ho fatto un cenno di saluto, e ho ripreso il cammino.

Ho dimenticato più cose di quante chiunque ne ricorderà mai, ho pensato.

Poi ho sollevato gli occhi verso il cielo e ho visto le prime stelle della sera.

È importante dimenticare, l'oblio è fondamentale quanto la memoria.

Ogni giorno è un nuovo giorno proprio perché degli innumerevoli giorni che l'hanno preceduto ricordiamo solo alcuni momenti.

Perchè di questo è fatto il tempo, di istanti. Istanti preziosi come rare, luminose stelle nel buio dello spazio esterno.

Potrei raccontarvi la storia di Marino e dei suoi compagni. Potrei raccontarvi una parte della mia storia.

Potrei, ma non adesso.

Magari la prossima volta.

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