Gilgamesh - Sha Nagba Imuru

Poteri magici e taumaturgici dei pensieri e delle parole.

lunedì, dicembre 26, 2005

Reflusso 


Interrompo il flusso narrativo con un piccolo reflusso mnemonico personale.

Prima di tutto grazie a tutti per gli auguri, qui sotto nei commenti e via email.

Passato Natale - Chanukkah, Kwaanza, Sol Invictus, Genetliaco di Mithra, WossnameFest, Saturnalia o comunque vogliate chiamare questo rito festivo intorno al solstizio d'Inverno - provo a riflettere un po' su questo nostro Mondo.

Esattamente un anno fa un'onda gigantesca colpì le coste di molti Paesi che si affacciano sull'Oceano Indiano, anche molto distanti dal sisma che l'aveva generata, in Indonesia, al largo dell'isola di Sumatra.

La notte prima, un garrulo cronista del TG5, che non saprei identificare ma che ricordo perfettamente e che designerei come il più grande menagramo della storia del giornalismo televisivo, nell'usuale servizio di "costume", invitava ad invidiare i nostri fortunati connazionali che prendevano il sole alle Maldive, si facevano massaggiare sulla spiaggia dorata di Phuket o stavano spaparanzati su un lettino a Malindi.

Ce li mostrava pure, in filmati forse di repertorio, che si lanciavano abbronzati tra i cavalloni indossando improbabili berretti rossi bordati di finta pelliccia bianca, e provava pure ad elencare i più noti: alcuni famosi calciatori, qualche personaggio dello spettacolo, un direttore di telegiornale mediaset e la sua consorte giornalista rai.

Ad un anno di distanza, giornali e telegiornali non mancano di ricordarci che in quell'immane tragedia sono morte decine di migliaia di persone, né di sottolineare che tra loro c'erano centinaia di turisti occidentali e ben quaranta Italiani.

Nel Kashmir, tra India e Pakistan, ne sono morte 80.000, di persone, molto meno di un anno fa, ma quasi nessuno si ricorda più di loro, e non se ne parlava più granché già ad un mese di distanza. Là c'è solo una frazione delle ONG che tuttora operano in Sri Lanka e Thailandia, non parliamo poi della quota di aiuti umanitari pro-capite. Il risultato è che molte migliaia ancora ne moriranno, per gli stenti ed il freddo di un Inverno appena iniziato ma laggiù già molto rigido.

Mi perdonerà chi ha un forte sentimento religioso, di qualunque religione, se di fronte a questo mi sento di condividere lo spirito di un passo molto bello del romanzo più famoso d'un mio conterraneo, Giuseppe Dessì, dove si racconta come la franca e classica bestemmia di un taglialegna toscano, al funerale della giovane moglie del protagonista, detta ad alta voce, guardandolo negli occhi e stringendogli la mano, sembrasse più appropriata e sincera delle molte condoglianze mormorate ad occhi bassi, degli inviti alla rassegnazione alla volontà del Signore.

M'ha colpito particolarmente il racconto del disegno di di un bambino cingalese, capitato sotto gli occhi di un volontario, con su scritto "I Love Tsunami"; all'attonita richiesta di un perché, la risposta è stata di una semplicità disarmante: "'Coz it Brings You", "perché ha portato qui voi". Nello Sri Lanka già si moriva a centinaia ogni giorno, uccisi dalle tigri (Tamil, molto più raramente da quelle quadrupedi), dai soldati, dalla miseria e dalle malattie, ma l'Occidente ricco e civile non se ne accorgeva, o faceva finta di nulla. Ora si muore molto meno, e qualcuno osa perfino coltivare la speranza di una vita migliore anche per il futuro. L'onda immane viene vista come parte della natura, in qualche modo ineluttabile; il male, quello vero, viene dagli altri esseri umani, come il bene.

Qualcuno potrebbe vedere in questo un mysterion, l'imperscrutabile disegno divino della provvidenza.

Quando ero molto giovane, direi quasi bambino, chiesi ad un prete cattolico, che rispettavo e stimavo come persona molto saggia, "se Dio è il bene assoluto ed è onnipotente, da dove viene il male?" e dall'imbarazzo nella sua voce capii di aver toccato uno dei suoi dubbi.

Smisi di credere ad un Dio personale e benevolo come quello dei Cristiani ed alle molte contraddizioni delle religioni monoteiste quasi nello stesso periodo in cui smisi di credere a Babbo Natale, e in qualche modo le due figure si confondevano, con la stessa barba bianca nell'iconografia tradizionale.

Gli Gnostici sostengono che Dio ha creato il mondo e se n'è disinteressato, e siamo nelle mani d'un capriccioso Demiurgo. I Manichei che il nostro destino è segnato dalla nascita, che possiamo appartenere al dio del Bene o a quello del Male, che han pari dignità e si dividono il governo del destino dell'universo. Gli Atei che non c'è alcun Dio, e che qualunque intervento sovrannaturale è semplicemente un'ipotesi non necessaria.

La mia esperienza mi porta a sapere, e non semplicemente a credere, che il determinismo meccanicistico e il razionalismo assoluto che vorrebbero l'universo regolato dal Caso e nato dal Caos, e allo stesso tempo rispondente a leggi fisiche immutabili, e la Vita stessa nata per un incredibile accidente, sono altrettanto ingenui e persino più fallaci delle religioni animistiche. È curioso come i fondamentalisti cristiani e alcuni neocon abbiano di recente lottato contro la teoria dell'evoluzione della specie, difficilmente confutabile se si accetta il metodo scientifico galileiano, e nulla abbiano detto o scritto contro la teoria del Big Bang, assai più discutibile e tuttora in discussione.

Credo nell'Umanità, nonostante tutto e contro ogni evidenza apparente, e faccio mie queste parole, lette sul sito di un'associazione pacifista modenese:

Se di fronte alle difficoltà della vita riesci a sorridere,
se sai tendere la mano a chi ti chiede aiuto,
se credi che quello che ci unisce è più importante di quello che ci separa,
se quello che dai, poco o molto che sia, lo dai con amore,
se preferisci essere leso piuttosto che fare un torto a qualcuno,
se ti metti dalla parte dei deboli senza sentirti migliore degli altri,
se accetti che il dialogo sia l'unico modo per raggiungere un'intesa,
se credi che solo l'amore può donare la pace interiore,
allora è Natale.

Buone Feste a tutti, ci si rilegge l'anno prossimo.

Gilgamesh

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venerdì, dicembre 02, 2005

Logopoiòs 


- Siete di nuovo qui, dunque. - una breve pausa seguì queste parole mentre all'esterno si addensavano le prime ombre della sera - Immagino vogliate sentire il resto della storia. -

- Probabilmente è solo curiosità, la vostra. Immagino di averla stimolata col mio breve racconto dell'altro giorno. - La voce dall'ombra riprese, ancora più profonda e con un tono suadente - Vi ho promesso meraviglie, e misteri svelati. Spero non rimarrete delusi.

- Vi ho narrato della morte di Enkidu, l'amico che per me era più che un fratello e della disperazione che seguì il dolore, all'idea di dover seguire lo stesso destino, d'essere tutti dei condannati a morte dal momento della nostra nascita; per me diventò intollerabile l'idea che anche il guardiano del regno dovesse seguire la sorte di tutti i mortali, che anche la ricerca della gloria fosse inutile di fronte all'incombere dell'abisso nero del Kurnugea, e giurai che se esisteva un modo per evitare di entrare nella casa dei morti, dove il cibo è polvere ed il vino è cenere, l'avrei trovato.
Ricordando antichi racconti, mi incamminai verso Oriente, alla ricerca della vita eterna.

- Dopo aver percorso una distanza difficilmente misurabile, se non in termini di albe e tramonti, arrivai alla montagna più alta che avessi mai visto. Sapevo dov'ero ed ero fermamente intenzionato ad andare avanti. Le antiche leggende del mio popolo, racconti che risalivano a un tempo prima del diluvio, narravano di quella montagna: il suo nome è Mashu. Si raccontava che uomini-scorpione fossero a guardia dell'ingresso, ma io non ne incontrai; ricordo il freddo glaciale che penetrava fino alle giunture e rendeva il mio volto livido, ricordo il vento sferzante e la terribile solitudine di quella scalata. Ma ero animato da un intento indomabile: volevo sapere, scoprire, capire.


- È quel che ha fatto sì che trascorressi tutti questi anni vagando per il mondo, sapete? L'inesausto desiderio di conoscenza, intendo.

- In definitiva è così. - Lo sconosciuto si concesse un'altra pausa, pareva di poter immaginare nel buio la sua espressione meditabonda. Poi riprese, come riscuotendosi da un affascinamento. - Arrivato vicino alla vetta di quella montagna trovai come mi aspettavo l'ingresso di un sistema di caverne. Iniziai a scendere per quei cunicoli tenebrosi, percorsi nell'oscurità più completa miglia e miglia, per quello che mi parve un tempo infinito, saggiando il terreno davanti a me con la spada come un cieco col suo bastone e tastando con le mani le pareti di roccia, senza mangiare nè bere, sospinto dalla mera forza di volontà. Finché finalmente non avvertii una corrente fresca e  molti, moltissimi passi più avanti intravidi un bagliore che poteva essere un'uscita.

- Giunsi così in riva al mare. Le rive di quale mare non saprei dire, erano completamente diverse dalle scogliere che m'erano familiari e il mare stesso aveva un colore differente dall'azzurro terso del mare che conoscevo, era piuttosto dello stesso colore del vino vecchio. Mi fermai incredulo, perché ero in una specie di giardino. Solo che dagli alberi e dalle siepi non pendevano frutti, ma pietre preziose che brillavano al sole con riflessi multicolori. Anche il cielo aveva qualcosa d'insolito, nel colore e nell'aspetto. Ma non mi soffermai a guardare tutto questo, in realtà; registrai questi particolari senza davvero vederli, perchè in lontananza scorsi una figura umana, la prima dopo mesi.

- Mi precipitai verso di lei, era una donna riccamente vestita e molto bella; ma vedendomi arrivare ella cambiò espressione, entrò in una strana costruzione che prima non avevo visto e serrò il catenaccio dell'uscio dietro di sè, sprangandolo. A quella vista m'infuriai davvero e dimentico delle fatiche del viaggio, sollevai il mento e mi diressi con decisione verso la porta sbarrata, apostrofando severamente la donna che era al di là, dicendole che avrei potuto facilmente abbattere l'uscio e far saltare il catenaccio, se avessi voluto e spiegandole chi ero. "Come posso sapere che sei davvero quello che dici?" mi disse da dietro la porta "Io t'ho visto arrivare da lontano, e il tuo aspetto è terribile: il tuo volto, per il freddo e per il caldo, è livido e vai in giro vestito solo d'una pelle di leone. Mi sono detta, costui è di certo un assassino o un brigante, meglio riparare al sicuro e in fretta".

- "Non dovrebbe il mio volto essere così, non dovrei io vagare coperto solo della pelle d'un animale ucciso?" le risposi allora nella stessa lingua "il mio amico, forte come un asino selvatico, il mio amico, il leopardo della steppa, che insieme a me ha compiuto ogni genere d'imprese, giace freddo e immoto come la pietra. Io l'ho vegliato per sei giorni, rifiutando l'idea che potesse davvero essere immobile per sempre, finché un verme non è uscito dalle sue narici. Allora ho stracciato le mie vesti, strappato le mie chiome, gettato via ogni ornamento regale e ho iniziato a vagare da solo per le pianure. Poi mi sono ricordato del mio antenato, il re di Shuruppak, e della sua storia; di come lui solo sia sopravvissuto al diluvio, ed abbia per questo avuto la vita eterna."

- La donna dietro la porta sembrò allora considerarmi diversamente e mi si rivolse con un cenno di compassione nella voce "G'ilgame
š," mi disse "se questo è il tuo nome, volgi indietro i tuoi passi, la vita che cerchi non la troverai. Vana è la tua ricerca, perché un simile destino non è stato decretato per l'umanità: godi piuttosto di quello che la vita ti riserva, siano pulite le tue vesti e il tuo capo cosparso d'olio; apprezza il buon cibo, ridi insieme alla tua compagna, gioisci del fanciullo che stringe la tua mano e ti chiama padre". "Chi sei tu?" le chiesi allora "qual'è il tuo nome, quale il tuo popolo e perché mi parli in questo modo?"

Lo sconosciuto rimase in attesa, prima di proseguire con la stessa voce appassionata il suo racconto, come se avesse udito in lontananza un suono noto, o come se cercasse di richiamare alla memoria un ricordo sfuggevole.

- Ella rispose allora "Il mio nome è Siduri, sono colei che vede nelle profondità degli abissi, custode del giardino e della taverna. Dammi ascolto, abbandona quest'impresa folle, ritorna alla tua città e al tuo popolo. Davanti a noi stanno le acque della morte, nessuno è riuscito ad attraversarle, a memoria d'uomo." Non mi arresi, insistetti, la blandii e la supplicai finché non ammise che esisteva un traghetto e un traghettatore, e il suo nome era Urshanabu. La salutai allora e senza indugiare oltre né ascoltare quel che ancora mi stava dicendo, mi diressi verso la riva mortale.

Guardò verso di noi, vedemmo i suoi occhi brillare nella penombra, come di luce propria. Ci parve di scorgere l'ombra di un sorriso, ma era troppo buio per esserne sicuri.

- Ho parlato troppo a lungo, ed ho la gola secca e la lingua impastata - disse, nonostante la sua voce fosse ferma e priva di esitazioni e di qualunque segno di fatica come all'inizio del racconto.

- Penso non vi dispiacerà tornare ancora, a sentire il resto di quel che ho da raccontarvi, visto che questo è appena l'inizio della storia.


Inviato da gilgamesh alle 20:40 | commenti (11) | permalink

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